La morte di Ippolito ed il legame del Golfo di Gaeta con gli altri esponenti della famiglia medicea
Nel cuore inquieto dell’Italia del Cinquecento, quando il Tirreno meridionale era attraversato da ambasciatori imperiali, nobili in esilio, cortigiani, mercanti e uomini d’armi, la città di Itri divenne, nell’agosto del 1535, il palcoscenico di uno degli episodi più drammatici della storia medicea: la morte improvvisa del cardinale Ippolito de’ Medici, giovane raffinato, colto, ambizioso e profondamente inserito nella politica del suo tempo. La sua scomparsa, avvenuta il 10 agosto, fu circondata fin dall’inizio dal sospetto di avvelenamento e legata al clima di rivalità interna alla dinastia, al punto che numerose testimonianze antiche attribuirono la responsabilità al cugino Alessandro de’ Medici, duca di Firenze.

Figlio di Giuliano di Lorenzo de’ Medici, Ippolito apparteneva al ramo più prestigioso della famiglia. Giuliano era infatti il fratello minore di papa Leone X e figlio diretto di Lorenzo il Magnifico. Per questa ragione il cardinale era, contemporaneamente, nipote del Magnifico e nipote del pontefice, e nessun giovane della famiglia possedeva una legittimità genealogica più piena della sua. Alessandro de’ Medici, invece, pur discendendo anch’egli dal Magnifico attraverso il figlio Piero, portava con sé un’origine controversa: era figlio naturale, di madre ignota, e la sua stessa paternità era discussa dai contemporanei. Per molte famiglie fiorentine questa incertezza pesava quanto un fatto politico. Ippolito incarnava la discendenza “piena” dal Magnifico; Alessandro, pur formalmente duca, appariva come un principe imposto dall’alto, sostenuto più dalla volontà di Clemente VII che dal consenso cittadino. In questa differenza di origine e di percezione nasce la vera ostilità tra i due: uno, Ippolito, era percepito come erede naturale della tradizione medicea; l’altro, Alessandro, come colui che quella tradizione rischiava di smarrirla.

Questa tensione sembra riecheggiare un episodio precedente della storia familiare, avvenuto nelle stesse terre. Nel 1503, durante le manovre della battaglia del Garigliano, Piero de’ Medici, primogenito del Magnifico e capo naturale del ramo principale, morì annegando nelle acque del fiume, a pochi chilometri da Mola di Gaeta e dai luoghi dove, una generazione più tardi, si sarebbe consumata la tragedia di Ippolito. Fu Giovanni de’ Medici, il futuro Leone X, allora abate commendatario di Montecassino, a far recuperare il corpo e trasportarlo nell’abbazia, dove venne sepolto con onori. Molti anni più tardi, sotto il pontificato di Clemente VII, un altro Medici, si decise di conferire a quella sepoltura una forma monumentale: venne realizzata nell’ambiente di Antonio da Sangallo il Giovane, secondo un linguaggio scultoreo che richiama da vicino quello di Andrea Sansovino, dando a Piero una memoria marmorea degna del primogenito del Magnifico. È un curioso destino quello che accomuna i due parenti: entrambi, eredi dello stesso ceppo, trovarono la morte lungo l’asse geografico che unisce il Garigliano, Itri e il Golfo di Gaeta, come se la parabola della loro dinastia avesse scelto proprio questo territorio per segnare i suoi snodi più drammatici.

Per comprendere come la vicenda di Ippolito conducesse fino a Itri, occorre considerare il contesto politico e geografico del Golfo di Gaeta negli anni 1534-1535. In questo periodo la zona era un crocevia di grande fervore. A Fondi risiedeva la celebre Giulia Gonzaga, protagonista, l’anno precedente, del tentativo di rapimento da parte del corsaro ottomano Barbarossa. La sua corte era frequentata da letterati, capitani e uomini di prestigio, tra cui lo stesso Ippolito, che intratteneva con lei rapporti intensi.

Non era però la prima volta che un Medici percorreva queste terre: già nel 1466, lungo la via Appia, Lorenzo il Magnifico, allora giovane inviato della banca di famiglia, aveva raggiunto Gaeta per incontrare re Ferrante d’Aragona, che lo accolse con solenni cerimonie e un colloquio privato. Gaeta, del resto, era una delle residenze predilette dello stesso Ferrante, che vi soggiornava spesso e che proprio in questa città ebbe da Trogia Gazzella due figli destinati a entrare nella grande storia italiana: Sancia d’Aragona, nata a Gaeta e poi data in sposa a Jofré Borgia, figlio del papa Alessandro VI, e Alfonso d’Aragona, che avrebbe sposato l’altra figlia del papa, Lucrezia Borgia. La presenza viva della corte aragonese rese quel colloquio del giovane Lorenzo ancora più significativo, inserendolo in un nodo dinastico e politico che univa Napoli, Roma e Firenze lungo la storica via Appia.
Ma torniamo ad Ippolito. In quell’estate del 1535, aveva intrapreso un viaggio decisivo: raggiungere Carlo V per esporre gli abusi di Alessandro e presentarsi come possibile alternativa per il governo fiorentino. Le fonti ottocentesche – Conte-Coluzzi nella Storia di Fondi, il Compendio di storia moderna, la Genealogia di Passerini e il Giornale degli eruditi e curiosi – insistono sulla delicatezza della missione e sulle sue potenziali conseguenze. Un colloquio diretto tra Carlo V e un nipote del Magnifico, così carismatico e autorevole, avrebbe potuto ribaltare il destino del ducato.

Il viaggio si interruppe bruscamente a Itri, dove il cardinale giunse nei primi giorni di agosto. Qui, secondo le testimonianze, si ammalò improvvisamente: febbre violenta, indebolimento improvviso, sintomi che destarono immediato sospetto. La tradizione locale, insieme a diverse fonti d’epoca, colloca le sue ultime ore nel convento di San Francesco, situato nella parte bassa di Itri, lungo l’antico tracciato della via Appia. Il complesso francescano serviva la comunità che abitava nella zona pianeggiante, distinta dal nucleo medievale arroccato attorno al Castello; per secoli accolse anche sepolture di abitanti del quartiere. Oggi restano solo alcuni ambienti inglobati negli edifici vicini al palazzo comunale, tra cui una sala con resti di affreschi che mantiene ancora le tracce della sua antica funzione religiosa.
Fu in questo ambiente raccolto, affacciato sulla grande strada romana, che Ippolito trascorse i suoi ultimi giorni. Le corrispondenze inviate da Napoli, Roma e dalle corti europee riportano un aggravamento repentino e un decesso inatteso per un giovane sano e in piena attività diplomatica. L’autopsia, eccezionale per l’epoca, rivelò gravi danni agli organi interni compatibili con il veleno. Le fonti ottocentesche concordano su questa interpretazione, e più di una testimonianza indica in Alessandro de’ Medici il beneficiario più diretto della morte del cugino. Il comportamento del duca, dopo la morte di Ippolito, alimentò ulteriori sospetti: egli tentò subito di ottenere i beni del cardinale e intervenne per sottrarre alla giurisdizione papale il principale accusato, il siniscalco Giovan Andrea da Castello, che venne liberato senza processo.
La morte di Ippolito de’ Medici, avvenuta il 10 agosto 1535, non fu dunque un episodio isolato, ma il punto culminante di una grande crisi dinastica. Con la scomparsa del nipote del Magnifico si spegneva l’ultima figura giovane e legittimata del ramo principale della famiglia. Alessandro ottenne un vantaggio immediato, ma effimero: meno di due anni dopo sarebbe stato assassinato anch’egli, aprendo la via all’ascesa di Cosimo I, esponente di un altro ramo dei Medici, e inaugurando l’epoca dei Granduchi. Proprio Cosimo, consolidato il potere e trasformata la Toscana in uno Stato moderno e stabile, avrebbe fondato nel 1561 l’Ordine di Santo Stefano, istituzione militare e religiosa destinata a incarnare per secoli il prestigio marittimo, politico e identitario del nuovo Granducato.
Itri, in quei giorni d’estate, divenne dunque un teatro inconsapevole di una vicenda destinata a cambiare la storia fiorentina ed europea. Tra le mura del convento di San Francesco e le strade percorse dai messi che portavano la notizia alle corti d’Europa, si consumò la fine del più promettente dei giovani Medici. E il territorio che unisce il Garigliano, Montecassino, Gaeta e Itri custodisce così due episodi paralleli: la morte accidentale di Piero e la morte sospetta di Ippolito, due eredi dello stesso ceppo, due destini interrotti nella stessa terra di confine che segnò, a distanza di una generazione, l’ascesa e la fine del ramo principale dei Medici.
