Dal cinema alla realtà
Tutti conoscono il Conte Tacchia grazie a Enrico Montesano, che nel 1982 ne fece il protagonista di una commedia indimenticabile ambientata nella Roma dei primi del Novecento.
Nel film, un falegname sognatore tenta di entrare nell’aristocrazia capitolina, tra comicità e malinconia.

Teodoro AMAYDEN: La storia delle famiglie romane, con note e aggiunte di Carlo Augusto Bertini, ristampa anastatica dell’edizione del 1914
Dietro quella leggenda cinematografica si nasconde però un uomo vero: Adriano Bennicelli, nobile romano realmente vissuto, figura elegante, ironica e pittoresca, protagonista di mille aneddoti che la memoria popolare ha trasformato in mito.
Le origini della famiglia Bennicelli
Le radici della famiglia Bennicelli affondano nella Roma del primo Ottocento, in un’epoca di commerci e trasformazioni.
Il capostipite documentato è Vincenzo Bennicelli, uomo di fede e di solida reputazione, sposato con Domenica.
Ebbero almeno tre figli: Filippo, Theresia e Angela.
Una preziosa testimonianza di questa generazione si trova nella Chiesa di San Camillo de Lellis ai Crociferi, dove è conservata la lapide di Theresia Bennicelli, morta il 21 luglio 1843 a soli 23 anni.
L’epigrafe, scritta in latino, la ricorda come giovane di indole e virtù eccezionali, “più eccellente ancora per pudore e religione”, strappata alla vita dal colera asiatico che in quell’anno colpì Roma.

Lo stesso morbo, come riporta la lapide, portò via anche il padre Vincenzo e la sorella Angela, facendo di quel monumento un toccante omaggio familiare. Da questo ramo discese Filippo Bennicelli, futuro conte e padre del vero “Conte Tacchia”.
Il padre: Conte Filippo Bennicelli

Filippo Bennicelli, nato a Roma nel 1814, figlio di Vincenzo e Domenica, fu uomo di ingegno, rettitudine e instancabile operosità.
Fin da giovane si dedicò al commercio dei legnami e alla gestione di un opificio, attività che lo portarono ad accumulare una solida fortuna e il rispetto della città.
Nel 1850, Papa Pio IX lo insignì dell’Ordine Piano, riconoscendone il merito e la lealtà. In quell’anno non era ancora conte, ma nei documenti del 1870 appare già come Conte Bennicelli, titolo conferito tra il 1850 e il 1870, probabilmente per meriti civili e filantropici.
La sua carriera pubblica lo vide Consigliere Comunale e Provinciale di Roma, e dal 1872, dopo la morte del duca Mario Massimo, membro della Deputazione Provinciale. Le cronache dell’epoca lo descrivono come uomo indipendente, di carattere fermo e di grande senso civico.
Rimasto vedovo di una donna della famiglia Garettieri, si dedicò interamente ai figli, che educò con disciplina e affetto.
Morì a Roma il 21 maggio 1880, nella sua abitazione di Via Bordobasso n. 7, all’età di 67 anni.

Nel Cimitero Monumentale del Verano, nel quadrilatero centrale, sorge ancora la Cappella Bennicelli, sormontata dallo stemma di famiglia e dall’iscrizione “C. Filippo Bennicelli”, simbolo di una nobiltà conquistata con onore e lavoro.

Cappella Gentilizia – Verano, quadrilatero centrale, Roma
Il vero Conte Tacchia: Adriano Bennicelli
Adriano Bennicelli, figlio di Filippo e di Teresa Barbieri, nacque a Roma nel 1848.
Cresciuto in una famiglia colta e agiata, ereditò dal padre la solidità economica e un gusto naturale per la vita mondana.

I Bennicelli abitavano nel prestigioso Palazzo Bennicelli di Piazza dell’Orologio, costruito dall’architetto Gaetano Koch e in seguito passato alla famiglia Spada. Adriano nacque molto probabilmente proprio in questo palazzo.
Il soprannome Conte Tacchia nacque dall’ironia popolare: “tacchia” in dialetto romano significa “pezzo di legno”, un richiamo diretto al mestiere di famiglia.
Fu il popolo stesso a ribattezzarlo così, affettuosamente, riconoscendo in lui uno spirito libero, ironico e irresistibile.

Le burle e le bravate del Conte Tacchia
La fama di Adriano Bennicelli non nasce da documenti ufficiali, ma dai racconti popolari che per decenni circolarono nei caffè e nei salotti di Roma.
Le sue bravate appartengono più alla leggenda che alla cronaca, ma sono entrate nella tradizione orale della città come piccoli capolavori di spirito romanesco.
Si dice che amasse sfilare tra il Pincio e Villa Borghese su carrozze Tilbury trainate da due, quattro e persino sei cavalli.
Se un animale lo colpiva, fermava il traffico per chiedere informazioni, tra proteste e risate che concludeva con una battuta teatrale e un inchino ironico.
Secondo i racconti popolari, fu presenza fissa alle corse di cavalli, dove persino da sconfitto sapeva trionfare per simpatia e stile.
Celebre la gara del 29 giugno 1908, festa dei santi Pietro e Paolo, in cui, pur battuto con la cavalla Stella, fu acclamato dalla folla come vincitore morale.
Altre storie tramandate parlano di scherzi e scatti d’orgoglio: nel 1904 avrebbe colpito con la frusta un cantoniere che aveva spaventato la sua cavalla, e poco dopo, condannato a pagare cinquanta lire per uno schiaffo a un vetturino, avrebbe lasciato cento lire “per dargliene un altro e fare pari”.
E ancora, durante il carnevale del 1907, sarebbe stato protagonista di un alterco con alcuni ragazzi in maschera, episodio conclusosi davanti al Pretore che, stando ai resoconti orali, lo assolse tra le risate del pubblico.
Con l’arrivo dell’automobile, Adriano non volle restare indietro: acquistò una “20 cavalli”, una delle prime vetture a benzina di Roma.
Alla guida di quella macchina avrebbe causato — così racconta la tradizione — uno dei primi incidenti automobilistici della capitale, abbattendo un lampione in Via del Corso.
La morte del Conte Tacchia
Negli ultimi anni della sua vita, Adriano Bennicelli si ritirò nella sua casa di Via Giuseppe Pisanelli n. 40, nel quartiere Flaminio.
La salute si fece fragile e il dolore lo segnò profondamente dopo la morte della figlia Emilia Bennicelli, nata a Roma nel 1879 e morta il 4 febbraio 1923, a soli 44 anni, nella sua abitazione di Via Greci n. 73.
Due anni più tardi, il 21 dicembre 1925, Adriano morì all’età di 78 anni.
L’atto ufficiale lo registra come “proprietario”, figlio del defunto Conte Filippo Bennicelli e di Teresa Barbieri.
Con la morte di Adriano si chiuse un’epoca: quella dei nobili eccentrici, delle carrozze eleganti e delle risate in Via del Corso.
Il popolo lo ricordò come un uomo fuori dal tempo — spavaldo, generoso e pieno di spirito — un romano vero che seppe vivere come un personaggio da commedia.

Il nipote: il Generale Alfredo Bennicelli

Dal fratello Achille Bennicelli nacque Alfredo Bennicelli, figura eminente dell’Italia del Novecento.
Nato a Roma il 19 febbraio 1879, intraprese la carriera militare fino a diventare Generale dell’Esercito Italiano, considerato il padre dei carristi italiani.
Durante il periodo fascista fu Senatore del Regno, prendendo parte a numerose Commissioni parlamentari — Agricoltura, Economia Corporativa e Autarchia — e ricevette alte onorificenze:
- Gran Cordone dell’Ordine della Corona d’Italia (21 novembre 1935)
- Commendatore dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro (1 febbraio 1940)
Sposò Rosanna Spinola, di antica famiglia nobiliare ligure, e morì a Roma il 30 maggio 1960.
